ALATRI: LA STORIA DI UNA POPOLAZIONE VENUTA DA LONTANO

L’acropoli dalle mura megalitiche …

Chi  ne furono gli artefici? E in quali tempi?

Ripercorriamo un viaggio di antiche popolazioni, affascinati miti e tradizioni e  di chi forse un giorno, lontano dalla sua patria, andò in cerca di nuove terre …

Possibile ricostruzione dell'acropoli di Alatri nella sua totalità
Possibile ricostruzione dell’acropoli di Alatri nella sua totalità
  • In cerca di un posto nella Storia

Siamo nel Lazio, nella Ciociaria Storica, su di un’altura alle pendici dei monti Ernici, cinta da spesse mura poligonali: siamo ad Alatri. Una “vetustissima civitas” (come ci indica la denominazione del suo stemma), fondata, assieme alle città di Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, dal Dio Saturno, il cui mito narra che arrivò nell’Italia centrale, profugo dal proprio regno e venne ospitato da Giano regnando insieme ad egli sulle popolazioni indigene e incolte. La presenza di mura poligonali come quelle delle “città saturnie” è nota anche in altre città vicine e meno vicine del Lazio come: Veroli, Cassino, Fondi, Formia, San Felice Circeo, Sezze, Norba, Cori, Segni, ed altre località limitrofe. Le mura di Alatri “si veggono essere nella costruzione simili a quelle di Ferentino, ma più grandiose e più pulite (…) era di già prevenuta, che le mura di Arpino fossero inferiori a queste di cui io ho parlato (…) sebbene la Città di Atina abbia molto figurato nei tempi andati, per cui Virgilio la disse potente, pur non vi abbiamo ora che poche fabbriche romane (…) nella totalità questa cittadella – Alatri – è più grandiosa e meglio conservata, forse perché di ottima specie la pietra calcare del monte, colla quale fu costruita.” (M. C. Dionigi). Ancora oggi si mostra pressochè intatta, a raccontare  che il ferro e il fuoco di nessun nemico è riuscita a cancellarla.

"Porta Minore" o "Porta dei Falli"
“Porta Minore” o “Porta dei Falli”

Eretta con massi poligonali di grandi dimensioni perfettamente combacianti l’un l’altro, senza l’uso di nessun tipo di legante, le cui mura arrivano nel punto più alto a misurare circa 21 metri di altezza. Orientata secondo l’asse Est-Ovest, la pianta è un poligono irregolare, costruito con un pensiero e non totalmente condizionato dalla natura del terreno, le cui due porte di accesso, una sul lato nord detta “Porta Minore” o “Porta dei Falli” (“che – come scrisse la Dionigi – per soffitto presenta una scala rovescia come all’ingresso della piramide di Menfi, in Egitto”) e una sul lato sud, detta “Porta Maggiore” (il cui architrave che la sormonta pesa 27 tonnellate e seconda per dimensioni solo alla Porta di Micene), nelle misure seguono i canoni della sezione aurea che, secondo uno degli studiosi del luogo Ornello Tofani, si ripropone anche nelle proporzioni della pianta del’acropoli stessa.

"Porta Maggiore"
“Porta Maggiore”

La spontanea meraviglia alla vista della grandiosità delle suddette mura è tanta, come si deduce dalle parole della Dionigi: “non so spiegarvi quale stupore mi cagionasse l’aspetto di quelle mura, che secondo le mie osservazioni istoriche fatte sugli autori, suppongo costruite dai Pelasgi e che ora vengon dette opera ciclopea, per denotare la grandiosità e robustezza con cui vennero fabbricate”. La supposizione della Dionigi, che vede la realizzazione delle mura poligonali di Alatri ad opera dei Pelasgi, è oggetto di discussioni contrastanti tra archeologia ufficiale e ricercatori indipendenti: già tra gli archeologi della prima metà del secolo scorso, si diffuse l’affermarsi delle convinzioni (aprioristiche e poco giustificate), che l’opera poligonale, anche se intrinsecamente megalitica e così diversa dal modo di ragionare dei Romani, non fosse invece nient’altro che una delle tecniche costruttive della Roma Repubblicana. Come scrive il prof. Giulio Magli del Politecnico di Milano: “L’acropoli di Alatri è abitualmente attribuita ai Romani con la fretta tipica di una certa archeologia “ufficiale”, di fatto però non se ne conoscono con certezza, né l’età, né lo scopo, né gli artefici”. Se non si può affermare con certezza chi ne furono gli artefici, si può però affermare che alla vista, le file di pietre di taglio più piccolo di epoca romana, contrastano palesemente con la magnificenza delle antiche costruzioni poligonali. Lo studioso A. De Cara, affermava: “Non l’avrebbero certamente fabbricate, se non con l’architettura propria dell’età che allora correva, cioè con la romana, la quale non ha nulla a che fare con la pelasgica. Quei tratti di mura ristorate dalle colonie sono la più chiara prova dell’antichità e preesistenza delle città pelasgiche nel Lazio e le aggiunte e i restauri, con massi quadrati sono propri dell’arte e dello stile de’ Romani” e l’architetto G. B. Giovenale scriveva in merito: “Introdotto una volta lo stile romano, non si fabbrica più con lo stile di secoli addietro, come non si fabbrica a’ di nostri col reticolato romano”. Seguendo le argomentazioni degli autori sopra citati, insieme a quelle del viaggiatore e letterato F. Gregorovius e a quelle dello studioso L. Ceci fino ai più recenti (ma non meno meritevoli) ricercatori, “la mente si china al mistero di un‘origine che mostra i lineamenti di una grande storia”…

  • Sono gli Hetei venuti da lontano

…è la storia dei Pelasgi, che ha alimentato nei tempi miti e leggende, le cui notizie ritroviamo negli scritti dell’antica tradizione classica di Omero, Esiodo, Ecateo, Erodoto, che li vogliono abitanti delle vaste zone che poi divennero greche e in quasi tutte le isole dell’Egeo. Ed è proprio qui che presero la denominazione di ”Pelasgòi” che greco non è come il De Cara affermava: “ammettendo che i Pelasgi arrivarono dall’Asia Minore in Grecia, tale nome i greci lo appresero solo da quella gente immigrata”; analizzando il nome sappiamo che “Pel” significa emigrare, fuggire lontano, diventare ospiti e “Asgi” sta per asikoi, asiki e per sincope, askoi o aski che è un derivato di Asi, Ati, Hati, “popolo di Hat-i-a” oppure di Hati-a cioè “popolo dell’Asia” e l’Asia dei tempi antichi era la dimora degli Hetei o figli di Het. Pelasgi ed Hetei erano una stessa civiltà: gli uni lontani dalla patria, gli altri in patria. I Pelasgi dunque erano gli Hetei emigranti, che fecero altrove la loro storia; quelli che oggi chiameremmo “Hittiti” che risultano essere la stessa civiltà che nella Bibbia e in Siria erano chiamati Hittim, Cheta o Xita dagli Egiziani, Hatti o Hati in Cappadocia, Asia Minore, dagli Assiri e dai Caldei. Nel 1915 l’archeologo orientalista B. Hrozný, decifrò le iscrizioni dell’archivio di Bogazkòy, capitale dell’impero Hittita (Hattusa), ad oriente dell’attuale capitale della Turchia, Ankara. Il glottologo E. O. Forrer, esaminando l’insieme dei frammenti rinvenuti, in essi notò otto lingue diverse: sumerico, accadico, hittita, indiano primitivo, harrico, proto-attico, luvio e balaico. Questo a conferma che gli Hetei, erano un insieme di popoli. La lingua degli Hittiti di Hattusas, non era la lingua della popolazione che abitava il paese degli Hetei; quelli che parlavano la lingua che noi chiamiamo hittita erano in origine Indoeuropei, immigrati in Asia Minore, sottomettendo quelle popolazioni antiche del paese di Hatti,  fondendosi con esse e subendone gli influssi linguistici. Quindi la civiltà del paese dei figli di Het, ha radici di stanziamento che risalgono almeno alla fine del IV millennio a.C.. Verso la fine del III millennio una schiera di conquistatori venne tra i figli di Het se ne mise a capo e unificò le città-stato politicamente in lotta tra di loro e nacque un grande impero. Sono gli Hittiti della storia. Si impadronirono della Siria del nord, della Babilonia, stabilirono contatti diretti con l’ambiente etnico mesopotamico e quasi tutta l’Asia Minore, divenendo una delle più grandi potenze del mondo di allora. “La civiltà hittita – scrive J. Marcadè, professore di archeologia dell’università di Bordeaux – non rappresenta un inizio, bensì un risultato finale, una civiltà scaturita da altre civiltà, le quali, già molto tempo prima, vivevano in questo paese, arricchite di influenze straniere e stimolate da vicendevoli contatti”.

  • Lungo le strade dei loro cammini

Questa civiltà che affronta nei tempi migrazioni e spostamenti, il cui percorso parte dal Caucaso, attraversa l’Asia Minore divenendo il popolo degli Hittiti, passa nelle isole egee e in Grecia divenendo Pelasgi, arrivando fino da noi in Italia e ci fa ritrovare, oggi, acropoli e mura in opera poligonale, come quelle di Alatri. L’archeologo italiano S. Moscati descrive il primo nucleo della vita organizzata degli Hittiti, quale la  fortezza montana, cinta da mura, con una porta (a duplice ingresso per non interrompere il sistema di difesa) con grandi blocchi di pietra da cui emergono a protezione leoni e sfingi alate. Ne è l’esempio Bogazkòy  (Hattusa), dell’epoca imperiale hittita del XIV-XIII secolo a.C. costruita con autentiche mura megalitiche, con blocchi di pietra della lunghezza spesso superiore ai 2 metri.  Non si può non notare il legame che hanno Bogazkòy, Euyuk, Assarlik, Mindo e altre antiche città dell’Asia Minore con le costruzioni di Creta, Micene, Tirinto, Orcomeno e con quelle di tante altre città greche che vantano ancora un apparato architettonico poligonale-megalitico, costruite con la tecnica per la quale le mura di Alatri sfidano ancora i secoli. Su Tirinto scrive lo studioso F. H. Stubbings, citando Pausania, Apollodoro e Strabone: “I blocchi delle mura di Tirinto sono così grandi che la tradizione  attribuisce l’edificio ai giganti, i Ciclopi, invitati a questo scopo dall’Asia Minore; i confronti più vicini per questo tipo di fortificazioni sono in effetti quelli hittiti”. Anche ad Atene, la cui acropoli l’archeologia fa risalire al di la del periodo Miceneo e della tradizione Omerica, le fonti antiche chiamano “Pelasgicon” il suo muro di cinta perché secondo Pausania era stato costruito dai Pelasgi, come racconta anche Ecateo riportato da Erodoto. Afferma il Ceci a riguardo ”L’omotectia dei monumenti poliedro-megalitici dell’Asia Minore, della Grecia e dell’Italia, ci si manifesta etnica e tradizionale, anziché autoctona e spontanea”. Ma le somiglianze non le ritroviamo solo nell’apparato costruttivo che collega fra loro questi antichi monumenti, ma anche nelle simbologie che si ripresentano frequentemente. I leoni a protezione degli ingressi li ritroviamo come ad Hattusa, anche a Micene e secondo Don Giuseppe Capone (che dedicò una vita intera nell’intento di ridare il giusto merito e posto nella storia a quelle ormai tanto care mura) anche ad Alatri, affermando che il leone oggi a guardia dell’acropoli ”nel passato era invece a guardia di una porta come nelle antiche città di Hattusa di Micene di Euyuk, e Kabala ed è un simbolo comune nelle città dell’Asia Minore, scolpito generalmente in una delle porte a sud e il nostro non era di copertura ad una tomba romana come vogliono farci credere”; inoltre ritroviamo anche altri elementi leonini (zampe di leone) alla base degli stipiti della porta a sud-est della cinta muraria più esterna della città.

Nei rilievi rupestri di Yazilikaya, località nei pressi di Hattusa, gli Hittiti hanno lasciato scolpita la processione mitica, nella quale il dio maschile, da loro adorato, definito come “dio della Tempesta”, avanza con quarantacinque dee e personaggi maschili, verso la “dea del Sole Arinna”, nonché sua sposa, seduta su di una leonessa e assistita da due tori; seguita dal figlio su di un leone con ascia bipenne, seguono a lei venti persone, di cui le prime due sono poste sotto un’aquila bicefala. Il nome del dio maschile è scritto in cuneiforme con l’ideogramma IM o U e i cui simboli sono l’ascia con la quale schianta gli alberi della foresta durante le tempeste o la mazza con la quale produce il tuono (la sua voce) battendola sulle rocce. Lo si rappresentava accompagnato dal toro o a cavalcioni del toro stesso. Questo rilievo racchiude un insieme di simbologie facenti parte di un culto proprio della tradizione hetea, che ritroviamo dall’Asia Minore, passando con i Pelasgi per la Grecia, per Creta e arrivando in Italia centrale. Ad Alaca Huyuk, località dell’epoca imperiale hittita nell’attuale Turchia, a fianco della porta della sfinge troviamo scolpita in bassorilievo un aquila bicefala che afferra due lepri.

Bassorilievo presente nell'angolo sud-est dell'acropoli
Bassorilievo presente nell’angolo sud-est dell’acropoli

Il simbolo dell’aquila lo ritroviamo presumibilmente anche ad Alatri, in basso a sinistra sul lato est delle mura dell’acropoli, che in tempi addietro era posta a 3,50 metri di altezza rispetto al terreno (causa la costruzione dei manti stradali in epoche successive); scalfita dal tempo e forse anche dall’uomo è uno dei pochi bassorilievi ancora visibili dell’acropoli. Anche in Grecia ritroviamo l’aquila, considerata l’uccello divinatorio per eccellenza (più in generale, secondo gli antichi, gli uccelli erano considerati annunciatori profetici della volontà divina) e il fulmine sacro a Zeus, che richiama la folgore del dio della Tempesta degli Hetei. Erodoto ci tramanda che “i numi ai Greci pervennero dai Pelasgi, prima impararono queste cose gli Ateniesi e poi gli altri Greci e mescolati con essi abitavano i Pelasgi, fin quando questi non cominciarono a chiamarsi pure loro Greci”. A Cnosso ritroviamo l’ascia bipenne nelle mani della dea, considerata l’arma della divinità femminile o l’arma sacrificale connessa al sacrificio del toro che ritroviamo anche a Creta e nella località hittita di Catal Huyuk. “La somiglianza fra le religiose credenze e il simbolismo religioso de’ Pelasgi e degli Hetei, ci forniscono un’ultima prova dell’identità de’ due popoli. Gl’iddii venerati da’ Pelasgi, grandi, potenti e forti non sono altro che gli iddii guerrieri che vedemmo scolpiti sulle rupi di Iasili-Kaia, armati di spada o di mazza o di bipenne, corrispondenti altresì nelle sculture degli Hetei d’Asia Minore e de’ Pelasgi di Grecia e d’Italia, le figure cioè de’ leoni e altre somiglianti” affermava il De Cara.

Un’altra curiosità che può collegarsi al culto della popolazione Hetea e che ritroviamo in diverse zone da loro abitate è la simbologia fallica, usata come ornamento o come attributo di potere và a riassumere la carica energetica che è il fondamento dei ritmi di produzione agricola e della vita medesima nella sua totalità;  “Questo simbolo deve risalire in Grecia oltre il 2500 a.C. perché la dea della Fecondità, come la divinità maschile, l’Ermete itifallico, vi erano già venerati e secondo la tradizione greca furono i Pelasgi che insegnarono ai Greci ad effigiarli” (D. Levi). Se ne trovano tracce nell’Anatolia, nella Frigia, a Creta, nella città di Cnosso, sui frontoni delle porte, come anche ad Alatri sulla Porta Minore.

  • Come in cielo … così in terra

L’acropoli di Alatri, come la maggior parte delle strutture di tipo megalitico, è orientata archeoastronomicamente. Le popolazioni che le realizzarono trassero dal cielo, dalle stelle e dal sole, l’ispirazione, la posizione e talvolta anche il disegno. Secondo il già citato Don  Giuseppe Capone, non è da scartare l’idea che, nel caso di Alatri, l’ispirazione fosse venuta guardando nel cielo Castore e Polluce, i cui punti più luminosi sembrano ricalcare in terra la costellazione dei Gemelli. Questo perché di fatto in cielo esistono dei “poligoni”, sono quelli che l’uomo tende idealmente a formare unendo le stelle delle costellazioni con dei segmenti riportandoli poi in terra. Il rapporto con la natura ed in particolare con il cielo è stato da sempre una componente che ha influenzato la vita di quelle civiltà antiche e megalitiche, scandendone le attività pratiche (semina e raccolto), ma anche le attività religiose e politiche (feste e celebrazioni annuali). Come conseguenza di tutto ciò, talvolta, le conoscenze astronomiche vennero incorporate in modo sorprendentemente complesso nelle realizzazioni architettoniche, orientando gli assi delle strutture, seguendo i cicli solari e/o lunari e  indirizzandoli verso stelle brillanti nel cielo che avevano un determinato significato religioso. Don Giuseppe  Capone riflettendo sulla nascita della città, spiegava come la popolazione che arrivò sull’altura di Alatri per dare inizio alla costruzione delle mura, attese un raggio di sole del solstizio d’estate, affiorare su di una roccia che sarebbe divenuta poi il punto nevralgico dell’acropoli e punto più alto: “Gli antichi costruttori hanno orientato la nostra città per sentire dall’Oriente il potere dell’alba, come se avessero voluto trarre gli auspici di un tempo senza tramonto, per la città che affidavano al Dio Sole, in un giorno di solstizio. E il Sole ne indicò il centro, nell’incontro del primo raggio mattutino, con l’ultimo del vespro. Era il comportamento di una sensibilità religiosa, maturata in millenni di storia, che nulla ha a che fare con la leggenda o una qualunque fantastica interpretazione: è un messaggio scritto con le pietre dell’acropoli e con le pietre della cinta muraria”. Si creava così un legame tra cielo e terra e divenivano sacre le mura e le porte che venivano fondate insieme, come parti integranti ed insostituibili di un unico progetto.

Trovandoci davanti alla Porta Maggiore delle mura di Alatri sul lato Sud e proseguendo in direzione Ovest si possono notare tre nicchie, che anticamente si ritiene avessero una certa importanza durante i solstizi  e  i cui raggi del sole penetravano al loro interno e andavano forse a colpire delle pietre di un tempio antico, i cui resti si trovano subito dietro.

La porta minore illuminata durante l'equinozio d'autunno
La porta minore illuminata durante l’equinozio d’autunno

Di questi legami tra cielo e terra ne ha ampiamente parlato Ornello Tofani, che portando avanti i suoi studi ha scoperto che la “Porta Minore” ne è un esempio eclatante: durante le osservazioni in loco, si è reso conto che di notte nel campo visivo che si offre al termine in alto della scala, si ritrova la costellazione di Orione che oggi è visibile parzialmente ma che nel 1150 a.C. si scorgeva interamente; mentre di giorno durante gli equinozi viene completamente attraversata dal sole per la lunghezza di 17 metri arrivando ad illuminare Via Gregoriana alla base dell’ingresso, confermando così che la porta è orientata in modo tale da segnare per mezzo del sole il succedersi delle stagioni.

“Ai futuri studi il compito di valutare e se possibile confermare queste affascinanti ipotesi. Di sicuro, rimane il senso di aver iniziato a conoscere davvero, tramite ciò che è scritto nelle pietre e nelle stelle, l’antichità remota e affascinante di una città, nata da un raggio di sole che non si trova al centro di un paese esotico e remoto, ma in una bella valle, a pochi chilometri da Frosinone” (G. Magli).

 

Bibliografia:

  • Giuseppe Capone “La Progenie Hetea – annotazioni mitico-storiche su Alatri antica” Terza ristampa, 2009 Antica Stamperia Tofani
  • Marianna Candidi Dionigi “Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal Re Saturno”  Roma, 1809 Edizione Elettronica
  • Giovan Battista Giovenale “I monumenti preromani del Lazio” (dissertazione letta alla pontificia accademia romana di archeologia) Roma, 1900 Tipografia vaticana
  • Giuseppe Capone “Alatri, il nome antico di una città più antica – un’allettante ipotesi cullata dalla storia” 2002 Enzo Tofani editore
  • “Alatri, curiosando per la città” a cura di Nello Rinaldi
  • Ornello Tofani “Alatri, l’Acropoli ed i suoi misteri” 2010 Antica Stamperia Tofani
  • “I misteri della città di Alatri” documentario di Terra Incognita – Gli enigmi della storia

4 pensieri su “ALATRI: LA STORIA DI UNA POPOLAZIONE VENUTA DA LONTANO”

  1. Per la prima volta dopo 23 anni di permanenza sul territorio di Alatri ho cercato di legere la sua storia e devo dire che sono rimasta molto incantata

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