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Notizie random per predatori :D

I PREDATORI….. A PARIGI (p.1)

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PARIGI

Non potrei non presentarvi questa stupenda città senza aver detto prima che dopo aver letto e visto i monumenti e i simulacri eretti un po’ in tutta la bella mia penisola, un ciociaro non può certo che ridacchiare sotto i baffi, e non dimenticare che anche a Frosinone e in altre poche parti furono eretti monumenti alla “libertà” pagana o cristiana, l’arte dalla rivoluzione francese ha preso e dato molto, il neo classicismo pagano, in parigi trova la sua dimensione e scopre di se i presupposti dell’immortalità.

Parigi secondo alcuni scritttori contemporanei molto importanti, nacque attorno ad un primo nucleo proprio sulle rive della senna dedicato a Iside, e oggi sembra arrivare a coprire l’orizzonte della piana del fiume per chilometri.

La culla della cultura illuminata, priva del timore divino,568 le sue cattedrali, i suoi gargoile che vegliano sulla città, i suoi palazzi e le sue regge, i suoi musei e i suoi giardini, fino alla tour eiffel, sono la dimostrazione del uomo che dimostra di essere libero, libero dalla religione nella sua opera governativa.

Guardiamo il suo piano regolatore, napoleone regista e la corte alle macchine, vediamo dal vivo cosa si vede dall’alto,\ dalla cima della torre di ferro della “du pont”.10541011

Come tante altre capitali, la sua mappa nasconde uno strano e preciso disegno, secondo Robert Bauvall e Graham Hankoch, tra il percorso del fiume nel centro della città e la retta disegnata dalla via degli champ eliseè ci sarebbe un angolo di 15 gradi con obelischi e cupole a ricordare altre città capitali: Roma, Eliopoli la Valle di giza, Wahshington, Londra, e chissà quante altre ancora…

Dall’arco di trionfo fino al louvre, tetti grigi di piombo, e ferro battuto come se piovesse, gli odori delle cucine che si fanno sentire 1059lungo le rue del cuore parigino, prendiamo da place del repubblique e scendiamo per la “rue du templ”, che ci porta  a Notre Dame de paris, chissa quanti mercanti hanno già calcato quella strada che porta all’isola.

E poi, di Parigi oggi come si fa a tacer della sua bellazza notturno eccovi alcuni scatti….

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partiamo per Rue du Templ e da place de la repubblic dove ci sono state da poco le manifestazioni per Charlie Hebdo e raggiungiamo la bellissima cattedrale di Notre Dame de Paris….l’Hotel de la Ville,  …immersi nell’atmosfera d’altri tempi l’indomani partiremo alla volta dello gnomone di Saint Sulplice e della rose line ..(Continua)

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Segni una città…………. Megalitica !

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Domenica scorsa durante una passeggiata sui confini della ciociaria nord, proprio dove comincia a mutare la conformazione geologica del nostro territorio, all’incrocio magico tra la pianura della valle del sacco, la catena montuosa dei Lepini, e la zona vulcanica dei castelli poco a sud di roma, ultimo avamposto montuoso al centro del percorso millenario che contraddistingue ancora oggi il traffico tra roma ed il sud italia, abbiamo intrapreso la salita che da colleferro porta alla magnifica città megalitica di Segni.imagesYBV96PSR

Avevo letto e conosciuto la Città già dagli scritti di Giulio Magli, docente di archeo-astronomia del politecnico di milano, abile studioso e ricercatore della civilta megalitica del lazio meridionale, il quale tra le città contraddistinte dalle mura poligonali megalitiche riservava a Segni una attenta analisi paragonando l’impianto murario segnino ad altre grandi città come Alatri, Ferentino, Alba Fucens, Circei, etc., ma ugualmente, sono rimasto davvero impressionato dal reale impatto che la vista delle rovine nella città ha destato in me, che amo e cerco riferimenti geoarcheologici nel territorio dimenticati o poco valorizzati.

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La città risulta piena di fascino in quanto si eleva su un territorio che raggiunge i 700 metri di altezza ed è riconoscibile a distanza quale unico impianto urbano della zona innalzata tra i monti nel raggio di kilometri, e la sensazione di differenza con tutto ciò che la circonda è causato dalla sua posizione difficile da raggiungere che sicuramente ha aiutato a farla rimanere immutata in molti aspetti architettonici, tenendola al sicuro in tutta l’era moderna dalle vicende dell’umanità.

Appena giunti sulla strada cittadina disseminata di cartelli che indicano le tante attrazioni archeologiche e storiche, ci si ritrova in un percorso obbligato che le stesse amministrazioni hanno chiamato percorso turistico, andando a impattare con il primo anello di mura megalitiche che impone di fatto al viandante di costeggiarle salendo verso il nucleo antico del centro storico.

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Spettacolari massi calcarei poligonali ammassati con perfezione l’uno sull’altro sorreggono l’impianto ascendente delle abitazioni che da secoli contraddistinguono il profilo cittadino, le strade e i vicoli appaiono perfettamente come tanto tempo fa districarsi tra i diversi punti vitali dell’abitato, tra chiese minori e cattedrali medievali, si giunge nel versante panoramico che si affaccia sulla valle del sacco.

Lo sguardo dall’alto si perde sulla distesa verde e sulle catene montuose prospicenti, in cui a distanze più o meno regolari si distinguono tutte le città ciociare millenarie e i paesini rurali fino a Frosinone posta sull’ultimo spazio visibile a valle, se si volge lo sgurado a sud, mentre verso nord si distingue Roma e al suo lato la zona di T

ivoli.

porta foca

Insomma una terrazza che appare impagabile, sia per la bellezza sul basso paesaggio dominato, sia per il valore strategico che non si può assolutamente fraintendere, in quanto a qualsiasi ora del giorno, da quella posizione avvantaggiata, è possibile scorgere cosa succede nella valle da Roma a Frosinone , da Tivoli a tutti i monti che ci dividono dall’Abbruzzo.

 Quasi immediatamente si può immaginare la schiera di esseri umani che raggiunta la vetta nei lontani secoli della preistoria si organizzava a cingere il monte con le mura ( lunghe 5 km), rendendo da quei giorni la città eterna, segnando una cultura con i simboli di una somma di conoscenze che oggi ci sfugge, ma che insegna al viandante come l’uomo possa dominare sulla natura in modo ecologico ed eterno.

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La zona panoramica affaccia anche verso la catena dei lepini formando una gola impressionante per il salto di centinaia di metri ed è sovrastata da i monti che hanno sempre regalato selvaggina, funghi e legumi alla popolazione garantendo un lato protetto a nord ovest contro l’eventuale bramosia di popoli di passaggio nell’ Italia tirrenica.

La città è importante storicamente per aver raccolto dall’epoca romana tante personalità di spicco, finanche  del mondo religioso, e raccoglie ancora una biblioteca storica di grande importanza, ma oltre alla storia medievale racchiusa intorno alle chiese ed alla splendida cattedrale, il nostro report di viaggio punta decisamente agli aspetti preromani dei luoghi rimasti intatti, sull’impianto di muri poligonali che circondano tutta la cresta del monte intervallati da numerosi punti di accesso alla città, come la mirabile porta saracena o la famosa porta foca situate proprio sul versante affacciato a est sulla nostra valle, oltre alle tante posterule e fognoli.

Segni - La Porta Saracena

La porta saracena si apre in senso antiorario (non costringe a mostrare il fianco destro protetto dallo scudo-mentre al contrario porta foca era concepita per tenere sguarnita la difesa di chi osava entrare) appare incredibile sia per stazza sia per bellezza, un insieme di massi giganteschi formano un unicum mondiale per maestosità quale esempio architettonico-ingegneristico, degno di apparire accanto a Stonhenge, o alle piramidi della valle giza, il monumentale ingresso risulta intatto e come struttura indistruttibile sembra poter reggere anche contro un eventuale attacco nucleare, e non a caso richiamo l’idea di una catastrofe per avvalorare la resistenza insita nell’opera, in quanto dopo millenni nonostante guerre, bombardamenti e terremoti, mentre ogni altra architettura ha segnato il passo al trascorrere dei tempi, quella delle mura megalitiche non appare nemmeno scalfita.

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Il percorso dei muri è intatto e si nasconde sotto alcuni strati di terreno per poi riaffiorare in alcuni punti dove si può con certezza affermare che l’opera sia stata fatta per sottrarre alla montagna la terra, un po’ come a machu picchu, dove(secondo le ultime teorie) attraverso una serie di terrazzamenti megalitici e la realizzazione di terrapieni, si sottraeva alla montagna i luoghi rocciosi e aridi per realizzare orti e coltivazioni, la cinta è lunghissima e regolare tanto che attraverso il sistema di terrazzamenti ancora oggi è facile raggiungere l’acropoli attraverso  una gradevole salita.

L’acropoli dove oggi trova sede la chiesa di San Pietro è davvero eccezionale, un opera megalitica che fa trasalire il visitatore, la sensazione dell’eco delle vicende umane passate avvolge lo sguardo a 360 gradi e regala la certezza al passante di appartenere all’eternità del pianeta nel suo universo.

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Il tempo perde la sua finitezza e si accompagna alla descrizione della vicenda umana degli ultimi millenni, infatti sul vecchio basamento megalitico dell’acropoli sorge un templum romano  (dedicato a Giunone moneta) intatto e distinguibilissimo sormontato da un impianto cristiano, tipico edificio medievale con campanile annesso e bifore ancora più recenti, la pietra accompagna lo stallo dei colori dal bianco megalitico preistorico (calcareo), al marrone scuro della pietra squadrata romana (tufo) su su fino ai mattoni scuri di epoca medievale e il tetto moderno.

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Il luogo è da difendere da riscoprire, da mostrare al mondo e da tutelare come patrimonio dell’umanità.

Non esiste alcun altro luogo al mondo in cui si possa distinguere la diferenza e l’amalgamarsi degli stili e delle architetture della nostra civiltà mediterranea così ad occhio nudo, il megalitico, il romano, il medioevale ed il moderno, insieme dal basso fino al campanile che si staglia nel cielo.

Se non ci bastasse questo, proprio di fronte alla chiesa lato nord, esiste una cisterna romana per acqua piovana enorme che nonostante i secoli resta affiorante a simboleggiare la capacità di resistenza e di pianificazione urbana nell’approvviggionamento della materia vitale dell’acqua, come a dimostrare quanto si fosse attenti costruttori nei secoli addietro.

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particolare interno chiesa San Pietro

La porta foca che affaccia a sud è visibile, ma lungo il sentiero delle mura che la circondano il degrado sta lentamente prendendo il sopravvento, segno che le amministrazioni non riescono a tutelare e valorizzare la città, anche se lungo la camminata del lato sud est rimango felicemente colpito dagli scavi aperti, segno che l’interesse sulla zona rimane flebilmente desto, i palazzi medievali sono ricchi di reperti romani e nella città ha sede un museo archeologico.

Segni è una città unica e va studiata assieme alle città megalitiche come Ferentino, ed Alatri, e mentre si pensa a costruire nuovi stabilimenti industriali, nessuno ricorda la vocazione reale del territorio culturale e turistica, invece di puntare alla sostenibilità di cicli produttivi di indotti volti all’accoglienza dei turisti i giovani vengono invitati a lasciare i propri luoghi del cuore per recarsi a fare chissà cosa in industrie inquinanti, peggio ancora altri senza un futuro sono destinati ad espatriare.

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Ci battiamo affinche il patrimonio sotto stimato della nostra terra torni protagonista di un volano occupazionale basato sulla sostenibilità della tradizione e della cultura ma la strada è ancora lunga, per questo vi invito a parlare di questi temi al bar, alla fermata dell’autobus e nei comuni, nei palazzi del governo del territorio, locali e nazionali, facciamolo per noi facciamolo per il territorio.

Miti e Leggende del Liri: La Torre di Marìca (di Paola Baldassarra)

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 Anche se in molti dicono che la parola Liri, deriva dal latino ‘viridis’, che vuol dire ‘verde’, a me piace immaginare che le sue origini, si collegano alla mitologia greca, le mura pelagiche sono la testimonianza che antichi greci che si spostarono tanti anni fa fino in Italia, fondando molte colonie ed originando la loro volta nuovi insediamenti, forse cacciando le popolazioni indigene. Il nome Liri si intona con Illiri, nella mitologia greca, Illyrius era il figlio di Cadmo e Armonia che governò la regione di Illiria e divenne l’antenato etnonimo di tutte le popolazioni illiriche. Ancora, il nome Liri si avvicina a Lirìpe, che era una delle Naiadi, le ninfe delle acque dolci, viveva nella Focile, una zona della Grecia dove i primi abitanti si dice fossero i Pelasgi. Lirìope era molto bella ed il dio dei fiumi Cefiso se ne infatuò, quindi un giorno che la ninfa si era allontanata dalle sorelle, la circondò con i suoi corsi d’acqua e  così intrappolata  fu sedotta dal dio diede alla luce un bambino di eccezionale bellezza che chiamò Narciso.narciso Era un giovane bellissimo e corteggiato e di lui Eco, una delle  ninfe delle montagne, si innamorò perdutamente, un amore impossibile e talmente disperato che la bella ninfa per volere degli dei fu trasformata in roccia.

 

Grazie alle testimonianze archeologiche, si sa di una divinità italica, particolarmente legataal fiumeLiri ed adorata fino alla Foce del Garigliano, la dea Marìca, sposa di Fauno, divinità dei campi e della pastorizia e madre di Latino, ninfa protettrice dell’acqua e delle paludi, degli animali, dei neonati e della fecondità.DSCF6026

Ad essa è dedicata, presso Isola, una Torre circondata da alberi si erge sulla collina del paese, al centro di una radura incontaminata da dove si può contemplare il cielo, ammirare il panorama dell’intera vallata, seguire con lo sguardo il percorso del fiume Liri, spaziare la vista su Sora e i paesi limitrofi sovrastati dai maestosi monti Appennini.

Esistono molte leggende ma la più raccontata riguarda il bosco sacro sulla collina della Torre, tantissimi anni fa il bosco era un luogo considerato una vera oasi dove viveva ogni specie di animali in libertà, vi erano fiori tra i più belli e ricca vegetazione ed il fiume verde smeraldo era popolato da pesci e crostacei,da granchi e gamberi d’acqua dolce. Tutto ciò che esisteva in quel posto non poteva essere portato via, era assolutamente vietato tagliare gli alberi o cacciare selvaggina e chiunque osava violare il luogo sacro, veniva rintracciato dalla ninfa del fiume e punito severamente, si narra che ogni grande masso rimasto li da millenni è un profanatore del bosco trasformato in pietra.DSCF6029

Ogni anno, per rendere omaggio alla dea, durante la festa di fine estate, le ragazze del villaggio si recavano sulla collina portando cesti d’uva, ghirlande di fiori e cipolle intrecciate che sistemavano ai piedi della Torre, ma non potevano assolutamente riposare su quei massi e prima del tramonto dovevano tornare nelle loro case.

I luoghi più sacri si trovavano lungo il corso del fiume, erano le sorgenti e le piccole cascate, erano i massi di roccia, le grotte bagnate dall’acqua o le caverne non lontane dal fiume, l’accesso era riservato a pochi, chi era prescelto a volte doveva attraversare a nuoto il fiume ed entrare nelle grotte per depositare le offerte votive. Una leggenda racconta che la dea viveva nella Grotta della grande cascata, dove l’acqua scivolava impetuosamente dallependici rocciose, c’eraun passaggio non visibile ed inaccessibile, chi era nelle sue grazie riusciva ad accedervi, attraversando il fiume controcorrente, sfidando la forza dell’acqua, passando sotto la porta rocciosa ed entrando in un labirinto che racchiudeva corsi d’acqua e cunicoli e che arrivava fino al cuore della montagna in un lago sotterraneo. DSCF6045

Il mito di Marìca si estendeva lungo tutto il tratto del Liri, dovunque il fiume passava prima di tuffarsi nel mare, su entrambe le sponde del fiume, esisteva un bosco sacro circondato da un’estesa e profonda palude, la cosiddetta “palus maricae” e si racconta che era la sua dimora preferita tant’è che le fu dedicato un grande tempio costruito con blocchi di tufo grigio. La nostra Torre di Màrica,  è quel che resta di un mito antico e misterioso, della storia degli italici prima e dei romani poi, che veneravano il culto della ninfa del Liri in un piccolo paese della Ciociaria, tramandata in molte tradizioni o in alcuni riti che gli anziani del posto ancora ricordano.12

 

 

Non rura, quae Liris quieta Mordet aqua, taciturnus amnis (Orazio)

Il Labirinto dello Spirito! (by Avv. Alessandro Canali)

 

Il Labirinto   è un paradigma del viaggio iniziatico e spirituale che doveva percorre l’iniziato templare. Nella cultura occidentale il simbolo del Labirinto, tracciato come decorazione o legato a pratiche religiose, è presente già dall’età più arcaica, fin dalle origini stesse della nostra civiltà.

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Prima come linea infinita a spirale, e successivamente nella sua variante di meandro angolato, è presente in tutto il bacino del Mediterraneo e nella Mesopotamia.

 

Esso è anche uno dei simboli maggiormente presenti nelle cattedrali gotiche edificate nel medioevo.chartres

 

Nel senso cristiano sta ad indicare l’iter ed il cammino di Fede che l’uomo deve percorrere per conseguire l’iniziazione spirituale. Il Labirinto gotico simboleggia la Madre Terra, la Dea Madre, che trova una sua frequente rappresentazione nella Madonna Nera, simbolo di culto templare. Il labirinto è il luogo sotterraneo dove sono racchiusi i tesori. È il crogiolo alchemico dove la materia prima è posta a macerare.maria costantinopoli

 

In questa accezione, il Labirinto può essere considerato simbolo del Graal, come luogo di trasformazione della Materia in Spirito. Forti sono quindi i richiami alchemici del labirinto come luogo di trasformazione della materia, di culto della pietra filosofale.

 

Ricordiamo la regola templare rinvenuta negli scrigni di Volterra per cui solo in alcuni luoghi segreti, labirinti appunto, era data facoltà di praticare l’alchimia. Senza dubbio quindi il Labirinto è un simbolo legato al culto templare. Di questo ha tutte le caratteristiche: è un simbolo di origine pagana, ha una semantica cristiana, è legato ad un culto ancestrale ed ha significato alchemico. Non stupisce che una delle opere più legate al culto della pietra filosofale sia intitolata al Labirinto.cofanetto di volterra

 

Nel “Labirinto del mondo e paradiso del cuore” (1631) di Jan Amos Komenesky, difatti leggiamo:

 

Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell’intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza” (XII).

 

Abbiamo visto, quindi, come il Labirinto possa anche essere considerato come simbolo del mondo sotterraneo, e per questo nelle cattedrali gotiche francesi trova spazio laddove vi è il culto della Madonna Nera. Ma per comprendere esattamente di cosa si tratta ritorniamo a Chartres, ed evidenti appariranno le similitudini con gli edifici religiosi di Alatri. Nella cripta della cattedrale francese si trova una galleria ipogea, posta sotto la navata di sinistra che parte dalla torre nord. A termine di questa galleria vi è un madonna di legno, copia di una statua distrutta durante la rivoluzione, che rappresentava Notre Dame de Chartres, raffigurata anche in pietra sul portale centrale, ovvero la divinità venerata nella cattedrale. Accanto a questa statua si trova un pozzo di origine celtica legato probabilmente ad un precedente culto druidico. Che la Cattedrale sia costruita su preesistenti edifici e templi romani non è un mistero, ma un dato archeologicamente provato.madonna_nera_chartres_eure_et_loire_francia_05 Un mistero invece è la leggenda diffusasi nel medioevo per cui il culto della Madonna di Chartres fosse originato da un precedente culto Druidico di una Vergine Partitura, la Dea Madre, venerata in una grotta. Nel 1609 un avvocato di Metz, Sebastienne Ruillard, compose un opera fantastica chiamata Parthenie in cui veniva esplicato dettagliatamente il culto precristiano della vergine partitura di Chartres. Nel frontespizio dell’opera si vede la vergine in una grotta raffigurata con il figlioletto sulle ginocchia, accostata al pozzo druidico. imagesJXE32S53Peccato che all’epoca il pozzo di Chartres non era stato ancora scoperto! Prova che i culti esoterici sono proseguiti sotterranemanete per oltre duemila anni…….  E parlando di una Vergine con il bambino in una grotta non possiamo non pensare ad un opera famosissima, : la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci. vergine rocceSull’appartenenza di Leonardo a scuole di pensiero esoteriche si è già scritto tanto. Basterà qui osservare che l’opera in realtà riproduce un paesaggio ipogeo, e non montano, per sostenere a buon diritto che Leonardo ha voluto con essa fare una raffigurazione iconografica del culto ipogeo della Dea Madre. E non a caso in tutta la Ciociaria risulta molto diffuso il culto delle madonne nere, come quelle di Canneto o di S. Apollinare, ed anche la Madonna di Costantinopoli di Alatri, nonche’ la pratica di culti ipogei come quello dell’Arca dell’Alleanza nella cripta di S.Magno ad Anagni o quello della Santissima Trinita’ di Vallepietra. Nella grotta di Vallepietra vi e’ la piu’ antica raffigurazione iconografica mai rinvenuta della Trinita’, culto evidentemente  legato alla ciclicita’ delle stagioni e alla fertilita’ dei raccolti, come quello della Dea Madre, ed i pellegrinaggi che ogni anno vi portano migliai di fedeli, ne fanno probabilmente il piu’ antico culto ipogeo ancora praticato!……. 

 

La stessa abbazia di S. Maria Maggiore ad Alatri risulta edificata sulle rovine di un tempio attribuito a Venere, che è una delle divinità romane in cui era stata trasfigurata la Dea Madre, come generatrice del  mondo. 

 

Ancora piu’ evidente appare ora il cordone che lega Chartres ad Alatri, che passando per la specularita’ dei rispettivi labirinti,  ci lascia una evidente traccia di una filosofia spirituale ben radicata in tutta l’Europa medioevale e successivamente occultata tra le ingannevoli maglie della storia

 

 

Avv. Alessandro Canali

 

I Siculi nel latium adiectum…….(di Massimiliano Mancini)

 Colonis saepe mutatis tenuere alii aliis temporibus, Aborigines, Pelasgi, Arcades, Siculi

Plinio, Naturalis Historia 3,5.

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1. I SICULI

Il nome dei Siculi è associato al termine Σικελόι [Sikelòi], con il quale venivano chiamati dai Greci, cosi come asserisce Tucidide (VI, 2, 1-2), presentando le popolazioni barbare che abitavano la Sicilia preellenica, e ciò viene confermato anche dalla storiografia greca di età romana, Diodoro, Pausania, Strabone, Dionigi di Alicarnasso e sopravvive anche nella letteratura storica latina (Musti 2008).   Il nome di questo popolo, secondo Antioco di Siracusa, sostenuto da Dionigi di Alicarnasso, deriverebbe dall’eponimo re Σικελός [Sikelòs], mentre un altro re siculo di nome Italo, secondo Tucidide, avrebbe addirittura denominato l’intera penisola italiana con il proprio nome.   Σικελοὶ δ’ ἐξ Ἰταλίας ̔ἐνταῦθα γὰρ ᾤκουν̓ διέβησαν ἐς Σικελίαν, φεύγοντες Ὀπικούς, ὡς μὲν εἰκὸς καὶ λέγεται, ἐπὶ σχεδιῶν, τηρήσαντες τὸν πορθμὸν κατιόντος τοῦ ἀνέμου, τάχα ἂν δὲ καὶ ἄλλως πως ἐσπλεύσαντες. εἰσὶ δὲ καὶ νῦν ἔτι ἐν τῇ Ἰταλίᾳ Σικελοί, καὶ ἡ χώρα ἀπὸ Ἰταλοῦ βασιλέως τινὸς Σικελῶν, τοὔνομα τοῦτο ἔχοντος, οὕτως Ἰταλία ἐπωνομάσθη. Tucidide (Περ το Πελοποννησίου πoλέμου [La guerra del Peloponnesso] VI, 2, 4) [I Siculi dall’Italia (ivi infatti abitavano) passarono nella Sicilia, fuggendo gli Opici, su zattere, secondo la leggenda e la verosimiglianza, dopo aver aspettato di passare allo spirare di un vento favorevole o forse sbarcando in qualche altro modo. Nell’Italia vi sono ancora dei Siculi e il paese fu chiamato Italia da Italo, un re dei Siculi che aveva questo nome]. (Traduzione: Musti 2008)   La loro presenza sull’isola, ancora oggi chiamata Sicilia, ne avrebbe fatto conseguire il nome, come sostiene espressamene Diodoro Siculo (V, 2), il quale asserisce che dall’iniziale nome di Trinacria, dovuto alla forma triangolare, l’isola fu chiamata successivamente Sicania dal nome del popolo dei Sicani e infine avrebbe tratto il nome definitivo dai Siculi.   [5,2] Καὶ ταύτην τὴν βίβλον ἐπιγράφοντες νησιωτικὴν ἀκολούθως τῇ γραφῇ περὶ πρώτης τῆς Σικελίας ἐροῦμεν, ἐπεὶ καὶ κρατίστη τῶν νήσων ἐστὶ καὶ τῇ παλαιότητι τῶν μυθολογουμένων πεπρώτευκεν. Ἡ γὰρ νῆσος τὸ παλαιὸν ἀπὸ μὲν τοῦ σχήματος Τρινακρία κληθεῖσα, ἀπὸ δὲ τῶν κατοικησάντων αὐτὴν Σικανῶν Σικανία προσαγορευθεῖσα, τὸ τελευταῖον ἀπὸ Σικελῶν τῶν ἐκ τῆς Ἰταλίας πανδημεὶ περαιωθέντων ὠνόμοσται Σικελία. Diodoro Siculo (Βιβλιοθήκη στορική [Biblioteca storica] V, 2) [Avendo io pertanto intitolato questo libro insulare, primieramente parlerò della Sicilia; perciocché essa è la più eccellente tra le isole, e tiene facilmente il primate per l’antichità delle cose degne d’essere rammentate. Anticamente chiamossi Trinacria per la sua figura triangolare. Di poi fu detta Sicania dai Sicani, che la coltivarono: indi Sicilia dai Siculi, I quali in essa passarono dalla Italia in gran numero]. (Traduzione: Compagnoni 1820)     Si deve ritenere che i Siculi, come le altre popolazioni preelleniche insediatesi in momenti diversi in Sicilia, dopo essere entrati in contatto con i coloni greci, che dall’VIII secolo a.C. avevano iniziato a colonizzare l’isola, si siano mischiati e integrati progressivamente ad essi.   Quindi si può ritenere che i Siculi apprendendo e integrando progressivamente la cultura dei Greci, iniziarono un processo di acculturazione e grecizzazione che li portò a fondersi gli uni con gli altri, sino al punto che tutti gli abitanti dell’isola vennero denominati in seguito Sikeliotai, prescindendo dall’etnia d’origine.   ὕσταται δ´ ἀποικίαι τῶν Ἑλλήνων ἐγένοντο κατὰ τὴν Σικελίαν ἀξιόλογοι καὶ πόλεις παρὰ θάλατταν ἐκτίσθησαν. ἀναμιγνύμενοι δ´ ἀλλήλοις καὶ διὰ τὸ πλῆθος τῶν καταπλεόντων Ἑλλήνων τήν τε διάλεκτον αὐτῶν ἔμαθον καὶ ταῖς ἀγωγαῖς συντραφέντες τὸ τελευταῖον τὴν βάρβαρον διάλεκτον ἅμα καὶ τὴν προσηγορίαν ἠλλάξαντο, Σικελιῶται προσαγορευθέντες. Diodoro Siculo (Βιβλιοθήκη στορική [Biblioteca storica] V, 6, 5) [Ultimi, ma degni di fama, sono gli insediamenti e le poleis che dai Greci vennero fondati sulle coste; (gli indigeni) mischiandosi con essi, a causa del gran numero di Greci sbarcati sull’isola, appresero la loro lingua e, venendo educati secondo il modello greco, abbandonarono il loro dialetto barbaro ed il loro nome, venendo chiamati tutti Sicelioti]. (Traduzione: Chiai 2002)

2. L’ORIGINE DEI SICULI

L’origine di questo popolo è molto dibattuta con opinioni differenziate sia nella storiografia antica sia in quella contemporanea.   Secondo Dionigi di Alicarnasso (I, 9, 1) i Siculi erano autoctoni e quindi non indoeuropei, elemento sostenuto anche da storici moderni (Miceli 1836) che li inseriscono tra le antiche popolazioni italiche aborigene, accanto ai Veneti o Venetici, Liguri, Sardi o Nuraghi e altri. Lo stesso Dionigi sostiene che questo popolo avesse in qualche modo un’origine laziale, ricordando come molte località ai suoi tempi avessero ancora denominazioni sicule, in ricordo dei loro primi abitanti. τὴν ἡγεµόνα γῆς καὶ θαλάσσης ἁπάσης πόλιν, ἣν νῦν κατοικοῦσι Ῥωµαῖοι, παλαιότατοι τῶν µνηµονευοµένων λέγονται κατασχεῖν βάρβαροι Σικελοί, ἔθνος αὐθιγενές: τὰ δὲ πρὸ τούτων οὔθ᾽ ὡς κατείχετο πρὸς ἑτέρων οὔθ᾽ ὡς ἔρηµος ἦν οὐδεὶς ἔχει βεβαίως εἰπεῖν. χρόνῳ δὲ ὕστερον Ἀβοριγῖνες αὐτὴν παραλαµβάνουσι πολέµῳ µακρῷ τοὺς ἔχοντας ἀφελόµενοι: Dionigi di Alicarnasso (Ρωμαικη αρχαιολογία [Antichità romane] 1, 9, 1). [Si dice che i più antichi abitatori della città, che ora è abitata dai Romani e che domina la terra e il mare, siano i Siculi, e cioé una popolazione barbara e autoctona. Nessuno invece è in grado di affermare con certezza se prima di costoro quest città fosse occupata da altri o fosse disabitata.Il popolo degli Aborigeni ne prese possesso dopo lunga guerra, dopo averla strappata ai precedenti possessori.] (Traduzione Cantarelli 1994). Anche Varrone (V, 101), vissuto nel primo secolo a.C., evidenziando le similitudini tra la lingua sicula e quella latina confermerebbe indirettamente l’origine laziale dei Siculi. Lepus quod Siculi quidam Graeci dicunt λέποριν. A Roma quod orti Siculi, ut annales veteres nostri dicunt, fortasse hinc illuc tulerunt et hic reliquerunt id nomen. Volpes, ut Aelius dicebat, quod volat pedibus. Marco Terenzio Varrone (De lingua latina, V, 101)   Filisto di Siracusa, storiografo magno greco del IV secolo a.C., nella sua Storia della Sicilia (Sikelikà), attribuisce origini liguri a questo popolo, che quindi proveniva dal nord prima del suo insediamento finale nell’isola (Sergi 1934).

3.LA PRESENZA DEI SICULI NEL LATIUM

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I Siculi sono considerati tra i più antichi abitatori del Lazio, da Plinio (III,56), Virgilio (Eneide 7,95), Dionigi D’Alicarnasso, territorio dal quale furono successivamente scacciati da altre popolazioni indigene, per raggiungere la Trinacria attorno al secolo XV a.C., che da loro e dal popolo dei Sicani prese il nome di Sicilia (Martelli 1830).   Si è già detto della testimonianza di Dionigi di Alicarnasso sul fatto che ancora al suo tempo (60 a.C. circa – 7 a.C.) molte località avessero ancora denominazioni che ne ricordavano la fondazione da parte dei Siculi (Ρωμαικη αρχαιολογία [Antichità romane] 1, 9, 1). Colonis saepe mutatis tenuere alii aliis temporibus, Aborigines, Pelasgi, Arcades, Siculi, Aurunci, Rutuli et ultra Cerceios Volsci, Osci, Ausones, unde nomen Lati processit ad Lirim amnem. Plinio (Naturalis Historia 3, 56). [I suoi abitanti (del Latium n.d.r.) mutarono spesso, avvicendandosi nel corso del tempo: Aborigeni, Pelasgi, Arcadi, Siculi, Aurunci, Rutuli; e, oltre il Circeo, Volsci, Osci e Ausoni: estendendosi a questi popoli il nome del Lazio avanzò sino al fiume Liri.] (Traduzione Corso et al. 1988).   Diverse antiche città dei prisci Latini si attribuiscono all’originaria fondazione da parte dei Siculi, come ad esempio la potente Aricia, Gabii, Crustumerio e la stessa Ecetra, capitale dei Volsci dell’entroterra o Volsci Ecetrani (Pinza 1898).   E sempre Dionigi d’Alicarnasso (in Ρωμαικη αρχαιολογία [Antichità romane]) cita un articolato elenco di antiche ed importanti città laziali tra quelle fondate dai Siculi, tra le quali Falerii,  Fescennio (1, 21), Tibur (1, 16),  Cenina, Antennae (2,35).   Persino in una disposizione delle XII Tavole, che riguarda specificatamente la pratica scarnificatrice tipica del popolo siculo, è possibile trovare una conferma della penetrante influenza delle tradizioni sicule sulla prima popolazione di Roma, che permaneva ancora all’epoca della redazione della prima legge scritta romana, nel 450 a.C. (Mancini 2014).   Dell’insediamento di questo popolo nel Latium ed in particolare nel Latium Vetus, ci danno testimonianza le tombe rinvenute a Cantalupo in Sabina e nella vicina Corneto Tarquinia.   Anche la storiografia contemporanea concorda sulla presenza dei Siculi nel Latium, (Barbagallo 1972, Ambrosi De Magistris 1979, Musti 1992).

4.LA TOMBA DI SGURGOLA (FR)IMG_7444

Secondo alcuni, i Siculi utilizzavano un rituale funerario inumatorio deponendo i cadaveri in piccole tombe a forno, nelle quali, secondo un’usanza funeraria che sarebbe caratteristica di questo particolare popolo, le ossa degli estinti erano inumate dopo una preliminare scarnificazione e a volte erano anche tinte con coloranti rossi (Barbagallo 1972, Ambrosi De Magistris 1979, Musti 1992).   In questa ottica si ritiene che la disposizione n.5 della Tabula X della famosa Legge delle dodici tavole fosse riferita a questa usanza scarnificatrice tipica del popolo Siculo, in questo modo si avrebbe una conferma, seppure indiretta, del fatto che dovette essere stata penetrante l’influenza delle tradizioni Sicule sulla prima popolazione di Roma e che essa dovette permanere ancora all’epoca della redazione della prima legge scritta romana nel 450 a.C.

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… Homine mortuo ne ossa legito, quo post funus faciat …..

Lex duodecim tabularum leges, (X, 5).   [Di un uomo morto non si raccolgano le ossa per farne dopo i funerali ….] in sostanza le esequie dovevano aver fine colla cremazione del cadavere e la immediata sepoltura delle ceneri (ndr).     Nel 1879 fu trovata una tomba preistorica presso la località Casale Ambrosi, nella valle del Sacco, presso la stazione ferroviaria di Sgurgola, attualmente comune in provincia di Frosinone.   La sepoltura a scheletro rannicchiato attribuita alla facies di Rinaldone, scavata in una piccola grotta di travertino con un ricco corredo integro costituito da numerose punte di freccia, un’ascia a martello, un pugnale di rame tipo Guardistallo e un vasetto a fiasca (Pinza 1905).   Lo scheletro rinvenuto all’interno della tomba risultava di sesso maschile e le misure delle ossa lunghe davano una statura approssimativa di m. 1,62, rivelando anche una certa robustezza della struttura fisica dell’individuo. (Pigorini 1880)   Sotto il profilo morfologico questo scheletro si accosta alla media delle disposizioni morfologiche presentate dalle popolazioni eneolitiche della Sicilia (Giuffrida-Ruggeri 1906).   Il prof. Luigi Pigorini, fondatore dell’omonimo museo in Roma e grande paletnologo, nel 1880 scriveva di aver acquistato il materiale rinvenuto in quella tomba e di aver notato una colorazione rosso vivo nella parte anteriore del cranio umano e in alcune punte di selce, parte del corredo tombale (Pigorini 1880).   Questi reperti sono oggi esposti presso il museo Etnografico Pigorini.   Le analisi commissionate dal prof.Pigorini al dott.Ruggero Panebianco, assistente al gabinetto mineralogico della Regia Università di Roma, evidenziarono che la tintura di tutti i reperti era della stessa natura e composizione, e precisamente il colorante è stato riconosciuto come cinabro applicato in tempi remoti (Pigorini 1880), un minerale, appartenente alla classe dei solfuri, noto già ai Greci, costituito chimicamente dall’unione di zolfo e mercurio.   Si rilevò che la tintura non fosse accidentale, sia in ragione dell’uniformità della tintura che della sovrapposizione di strati di calcite, bensì applicata intenzionalmente da chi compose la reliquia nel sepolcro, eseguendo di conseguenza una preliminare scarnificazione del defunto.   È quindi ragionevole ritenere che questa manifestazione costituisse un rituale funebre proprio di questo popolo, comportamento che all’epoca della scoperta della tomba appariva del tutto nuovo (Pigorini 1880).   Peraltro il cinabro è un minerale non presente nell’area della valle del Sacco.   Per la sua capacità di trasformarsi in mercurio, il cinabro è tra i più studiati materiali dagli alchimisti ed esoterici di varie epoche ed ambienti e anche in tempi moderni Julius Evola utilizza il nome di questo minerale per il titolo del suo testo “Il cammino del cinabro” (Evola 2014) che dietro un’apparente narrazione autobiografica rivela un contenuto esoterico e alchemico.

IMMAGINI curate da M.Mancini:

La tomba eneolitica di Sgurgola (FR) nella sua teca presso il Museo etnopgrafico Luigi Pigorini di Roma.

Particolare del cranio con la caratteristica colorazione rossa delle ossa facciali.

Particolari del corredo funerario, come si può rilevare anche le punte di freccia presentano la medesima colorazione rituale rossa applicata sul cranio.             

6.BIBLIOGRAFIA

Ambrosi De Magistris 1889: R. Ambrosi De Magistris, Storia di Anagni, Roma 1889.   Barbagallo 1975: I. Barbagallo, Frosinone, lineamenti storici dalle origini ai giorni nostri, Frosinone 1975.   Cantarelli 1984: Storia di Roma arcaica (le antichita romane) di Dionisio di Alicarnasso; a cura di F.Cantarelli, Milano 1984.   Chiai 2002: G.F. CHIAI, Il nome della Sardegna e della Sicilia sullo rette dei Fenici e dei Greci in età arcaica. Analisi di una tradizione storico-letteraria, in Rivista di Studi Fenici XXX, 2, CNR, Roma, 2002.   Compagnoni 1820: Biblioteca storica di Diodoro Siculo, volgarizzata dal cav.Compagnoni, Sonzogno, Milano 1820.   Corso et al. 1988: Gaio Plinio Secondo, Storia Naturale, traduzione e note di A.Corso, R.Mugellesi, G.Rosati, Torino 1988.   Evola 2014: Julius Evola, Il cammino del Cinabro, Edizioni Mediterranee, Roma 2014.   Giuffrida-Ruggeri 1906: V. Giuffrida-Riggeri, Elenco del materiale scheletrico preistorico e protostorico del Lazio, Società romana di antropologia, Roma 1906.   Mancini 2014: M. Mancini, I Volsci e il loro territorio, Mancini Editore, Frosinone 2013, seconda edizione 2014.   Martelli 1830: F. Martelli, Le antichità de Sicoli, primi e vetustissimi abitatori del Lazio e della provincia dell’Aquila, Aquila 1830.   Micali 1836: G. Micali, Storia degli antichi popoli italiani, Milano 1836.   Musti 2008: Erodoto e Tucidide, Storie – La guerra del Peloponneso, saggio introduttivo di D.Musti, a cura di C.Moreschini, F.Ferrari, G.Daverio Rocchi, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2008.   Musti 1992: D. Musti, L’immagine dei Volsci nella storiografia antica, in I Volsci. Undicesimo incontro di studio del Comitato per l’archeologia laziale [= Archeologia laziale, XI,1], Roma 1992 (Quaderni di archeologia etrusco-italica, 20), pp. 25-31.   Pigorini 1880: L. Pigorini, Avanzi umani e manufatti litici coloriti dell’età della pietra, in «Bullettino di paletnologia italiana», 6, 1880, n. 3 e 4, pp. 33-39.   Pinza 1898: G. Pinza, Le civiltà primitive del Lazio, Roma 1898.   Pinza 1905: G. Pinza, Monumenti primitivi di Roma e del Lazio antico, Roma 1905.   Sergi 1934: G. Sergi, Piccola Biblioteca di Scienze Moderne, “Da Albalonga a Roma. Inizio dell’incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi”, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1934.       APPROFONDIMENTI MULTIMEDIALI     I Siculi nel Latium Adiectum di M.Mancini. https://www.youtube.com/watch?v=l-n57NTTqTs

…quello che dovremmo sapere sui Volsci.. (di Massimiliano Mancini)

 I VOLSCI COME ENTITA’ POLITICA E CULTURALE

Analizzando la storia dei Volsci emergono alcuni dubbi di ordine sociologico, ossia se si debba intenderli unitariamente come un popolo, oppure più genericamente come un’organizzazione non strutturata, sotto il profilo politico e sociale, e dunque come un raggruppamento frammentario e disorganizzato di piccoli gruppi sociali o tribù. 10341429_10203644081653446_1047210424800710992_n

E sull’inquadramento di questo popolo ci sono opinioni molto divergenti, ad esempio c’è chi li descrive “un’orda predatoria, valorosissima ma disordinata” (Quilici, Quilici Gigli 1997), capaci di abbandonare in breve tempo, i costumi montanari in favore della navigazione e di un’agricoltura efficiente.

Altri invece gli attribuiscono una struttura sociale stabile e strutturata e un’evoluzione politica capace di tessere rapporti con il mondo circostante e di instaurare reti di amicizie politiche ed economiche su più fronti (Musti 1992).

Il problema non è terminologico bensì sostanziale, poiché la conoscenza della loro struttura sociale e politica consente d’interpretarne la storia nella globalità e tutte le loro vicende in senso specifico.

ELEMENTI CARATTERIZZANTI UN POPOLO

Il concetto di popolo e nazione richiede innanzitutto una definizione e un approfondimento di natura sociologica, ma in quest’analisi la storia dei Volsci sarà valutata solamente riguardo al loro profilo politico e culturale.

Il concetto di popolo, riferito, non solo nei tempi moderni, ma anche a periodi antichi, tra tutte le altre caratteristiche deve implicare la coscienza e una stretta comunanza politica e sociale tra tutti i membri.Carte_GuerresRomanoVolsques_389avJC

La comunanza politica si concretizza nella condivisione di un’organizzazione e di una struttura politica unitaria. Questo elemento è presente già nelle società tribali primitive, mentre l’idea di stato unitario, con forti implicazioni territoriali e istituzionali, sociali e culturali, rappresenta una tappa avanzata del cammino evolutivo del genere umano.

La comunanza politica può sussistere anche con la condivisione di legami di tipo federale, e in generale dalla condivisione di una coscienza politica unitaria.

Pertanto si può parlare di popolo etrusco e di comunanza politica tra tutte le città stato dell’Etruria, nonostante la presenza di diverse leghe etrusche, per la coscienza di unitarietà e di un legame etnico e politico presente in quegli uomini che si definivano unitariamente Rasenni (Mommsen 1991).

La comunanza politica, intesa dunque come coscienza di unitarietà di un popolo, può raggiungere livelli di coscienza in cui essa è sentita con tale profondità dai membri di un gruppo per cui si può parlare di popolo anche quando ne manchi il territorio.

Il popolo ebreo, ad esempio, nonostante la dominazione babilonese prima e la sottomissione romana dopo il 70 d.C., che diede inizio alla diaspora, pur rimanendo per quasi 1.900 anni senza territorio, i suoi membri tuttavia hanno mantenuto immutato il loro legame con un territorio per lunghi secoli rimasto astratto, così come la loro coscienza di popolo unico è rimasta immutata, nonostante fossero dispersi in tutto il mondo.

Il concetto di comunità implica quindi un comune patrimonio simbolico fatto di lingua, legami culturali, sociali e comunanza etnica dei membri del gruppo, tradizioni storiche, mitologiche e religiose comuni, specifiche forme di produzione artistica e artigianale.

LE ISTITUZIONI POLITICHE DEI VOLSCI

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Sotto il profilo politico-istituzionale, i Volsci, nella loro storia, si mantennero sostanzialmente legati alla struttura della città stato, raggiungendo forme di aggregazione federale riunite intorno alla città guida, che la storiografia indica come capitali individuandole nelle città di Anzio e di Ecetra.

La stessa tradizione storiografica opera, sin dalle prime narrazioni delle vicende dei Volsci, una netta distinzione tra i due principali gruppi socio-politici: i Volsci Ecetrani e i Volsci Anziati.

Questo evidenzia una struttura culturale e politica abbastanza differenziata, contemporaneamente, implica la presenza di forti elementi di comunanza culturale e di una coscienza di appartenenza a uno stesso popolo.

Sotto il profilo politico, la separazione tra i due gruppi di Volsci è dimostrata anche dal fatto che nei documenti storici, quando si narrano le battaglie, in alcuni casi ci si riferisce genericamente ai Volsci, spesso si cita specificatamente la guerra combattuta dai Volsci Anziati oppure dai Volsci Ecetrani, oppure il ruolo di Anzio ed Ecetra, le capitali dei due gruppi politici volsci, dei due eserciti.

Ad esempio, per citare qualche passo dalla tradizione storiografica:

… Ecetranorum Volscorum legati,…

Tito Livio (Ab Urbe condita libri 2,25).

[…gli ambasciatori dei Volsci di Ecetra,…]

Ita fusi Volsci Antiates, …

Tito Livio (Ab Urbe condita libri 2, 33).

[Così furono sbaragliati i Volsci Anziati…]

Sedictio tum inter Antiates Latinosque coorta, 

Tito Livio (Ab Urbe Condita Libri 6,33)

[Allora tra Anziati e Latini sorse una contesa,]

Eodem anno descisse Antiates apud plerosque auctores invenio;

Tito Livio (Ab Urbe Condita Libri 3,23)

[Presso la maggior parte degli autori ho trovato che in quello stesso anno ci fu una rivolta degli Anziati;]

Antiates in agrum Ostiensem Ardeatem Solonium incursiones fecerunt.

Tito Livio (Ab Urbe Condita Libri 8,12)

[Gli Anziati effettuarono incursioni nei territori di Ostia, Ardea e Solonio.]

 

(2) Tres tribuni postquam nullo loco castra Volscorum esse, nec commissuros se proelio apparuit, tripartito ad devastandos fines discesserunt. (3) Valerius Antium petit, Cornelius Ecetras;  quacumque incessere, late populati sunt tecta agrosque, ut distinerent Volscos;

Tito Livio (Ab Urbe Condita Libri 4,59, 2-3)

[(2)I tre tribuni, vedendo che i Volsci non avevano posto il campo in alcun luogo, e che non sarebbero venuti a battaglia, divisi in tre colonne andarono a devastare il territorio nemico. (3) Valerio si diresse ad Anzio, Cornelio verso Ecetra: dovunque passarono misero a sacco per largo tratto le case e i campi, per tenere divise le forze dei Volsci.] (Traduzione Perelli 1979).

IL PATRIMONIO LINGUISTICO E CULTURALE VOLSCO

Anche l’evoluzione culturale dei due gruppi fu differente a causa dei diversi scambi e influenze culturali che interessarono la loro storia, ma non per questo snaturato rispetto l’etnia di origine.

I Volsci Anziati, stabiliti nel territorio costiero, erano più aperti agli incontri con tutte le popolazioni dei grandi popoli navigatori, come i Cartaginesi e i Fenici con i quali riuscirono ad avere frequenti scambi commerciali.

Viceversa i Volsci Ecetrani, situati nell’entroterra, nel territorio dell’odierna Ciociaria, dovettero rimanere più chiusi ma più legati alle tradizioni della propria etnia, la civiltà safina, grazie ai legami con i confinanti popoli dei Marsi, dei Sabini e, in seguito, dei Sanniti.

Possiamo concludere quindi che nel popolo dei Volsci si possa intravedere una coscienza di popolo, sebbene con una differenziazione politica e culturale nei due gruppi dei Volsci Anziati e dei Volsci Ecetrani.

Questo fenomeno non è inusitato nei popoli antichi, lo rileviamo, ad esempio, anche nella civiltà dei Sanniti, altro popolo safino, anch’essi suddivisi in vari gruppi, tra i quali i Sanniti Pentri, abitanti le zone dell’entroterra del Sannio e legati alla guida della capitale Bovianum, i Sanniti Carecini, Caudini e Irpini (Salmon 1985).

Alla luce di queste premesse, i Volsci possono essere considerati un popolo unico, nel senso di una Κοινη (Koinè), termine greco che individua una comunanza linguistica e culturale, anche con valenza sociale e politica (Mancini 2014).

 

I rosoni di Alatri, i loro simboli, il passaggio spirituale, dalla teoria, alla pietra.. (di Alessandro Canali)

Il percorso iniziatico verso la Verita’ interiore.

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La reductio ad unum templare di Alatri.

I due trafori centrali dei rosoni delle chiese di S. Maria Maggiore e di S. Francesco ad Alatri raffigurano lo stesso percorso iniziatico, marcatamente templare, costituendo una rappresentazione simbolica unica in Europa.

Non casuale, ed ascrivibile alla stessa regia, il ritrovamento, anch’esso unico in Europa, del cd. “Cristo del Labirinto”, che raffigura il percorso di iniziazione gnostica guidata dal Cristo Soter postone al centro, come di alcune raffigurazioni di croci templari.Cristo-nel-labirinto-di-Alatri-dopo-il-restauro-Foto-Comune-di-Alatri_jpg

La chiave di lettura del messaggio simbolico contenuto nel traforo è duplice: dall’esterno verso l’interno e dall’interno verso l’esterno, in quanto il percorso iniziatico non può essere mai statico ma  necessariamente dinamico.infinitotto

 La forma più alta di Sapienza concessa all’uomo non è  il raggiungimento della Verita’ ma concentrare la propria esistenza terrena nella continua ricerca della stessa.canalirosa

Il messaggio sembra essere proprio questo:

in questa vita ci si dirige e ci si avvicina alla Verità, ma non la si può mai raggiungere

Percorrere il labirinto ed affrontare le sue prove è la forma più alta di esperienza mistica che ci è data nella vita terrena.

E la stessa intessitura del traforo è di per sè un labirinto di pietra e di simboli!

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Predominato da una croce templare centrale, sapientemente celata con tecnica criptosimbolica tipicamente templare, il rosone nasconde una pluralità di figure geometriche altamente simboliche che si trasformano e sciolgono le une nelle altre, tra cui una “rosa del graal”.

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Sia dall’esterno verso l’interno che viceversa, vediamo la seguente sequenza simbolica:

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il pentacolo simbolico che rappresenta le fasi della

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tra la dimensione Spirituale propria della nostra anima e quella Terrena propria della nostra natura.

La sintesi simbolica e geometrica di queste figure è la grande croce inscritta nel cerchio che ne scaturisce

La sequenza rappresenta la continua oscillazione che dall’Infinito celeste (la circonferenza esterna del traforo) porta verso l’Infinito interiore (il cerchio centrale al traforo).

Il centro del rosone è’ la traccia di Sapienza divina presente all’interno di ogni individuo, l’Uno che è in noi, che si riespande verso l’Infinito celeste e verso cui tende l’Infinito celeste

Questa oscillazione spirituale, che avviene attraverso fasi (iniziatiche) ben precise, determina la vibrazione energetica che, se percepita, orienta la nostra esistenza verso l’ Eterno

Il canto gregoriano e le estasi liriche di Ildegarda di Bingen ne sono testimonianza concreta e percepibile.

https://www.youtube.com/watch?v=dM2PqY4crMY

La croce delle beatitudini, la “rosa del graal” e l’ottagono  rimandanosubito   alla presenza templare

L’ottagono, in geometria, si ottiene unendo, con quattro segmenti in diagonale, i vertici dei 4 bracci di una croce greca o incrociando a 45º due quadrati, con lo stesso centro, e unendo i vertici fra loro; oppure tracciando i quattro punti cardinali e i quattro punti loro intermedi (operazioni geometriche ben esplicitate all’interno del rosone), ottenendo una stella a 8 punte e unendone i vertici.

L’ottagono rappresenta il tentativo dell’Uomo (quadrato) di farsi Spirito (Cerchio)

Ed infatti nei rosoni di Alatri lo troviamo sempre rappresentato tra il quadrato ed il cerchio.

E’ lo sforzo di elevazione della Materialita’, in Spiritualita’.  Partendo da una figura semplice (quadrato), lo Spirito si evolve (passando all’ottagono), fino a raggiungere la perfezione rappresentata dalla circonferenza.

E l’8 non è altro che una doppia circonferenza che simboleggia l’infinito.

Questa interpretazione  viene supportata da quanto sostenuto da J.C.Cooper, nel suo mirabile saggio sul simbolismo: “la trasformazione del quadrato in circonferenza avveniva attraverso l’Ottagono”.

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Per questo motivo il Cristianesimo usò l’Ottagono come figura geometrica base per l’edificazione di fonti battesimali.

A Gerusalemme, nel luogo esatto dove sorgeva il Tempio di Salomone, si erge adesso la Moschea della Rocca, che è l’unico esempio di edificio storico islamico costruito su una struttura ottagonale, come del resto era il Tempio stesso.  Cooper ci dice inoltre che, nell’architettura sacra, le cupole poggiano spesso su strutture ottagonali. I quattro punti cardinali e i quattro punti intermedi, unendosi danno un ottagono. L’ottagono rappresenta le otto porte che permettono il passaggio da uno stato all’altro.imagesTNNQ8DLI

Le 8 porte rappresentate nella Croce delle Beatitudini divenuta il simbolo piu’ noto dei Templari ed il centro dei rosoni di Alatri!

Per questo motivo l’ottagono fu la forma geometrica più utilizzata dai Templari, come simbolo della loro missione spirituale sulla Terra

Nell’Ottagono vediamo quindi esaltato il messaggio simbolico templare. Questa figura rappresentava l’elevazione, il tentativo dell’Uomo-Templare che, partendo da una figura semplice (quadrato-il terrestre), si evolveva spiritualmente passando all’ottagono (le otto porte che permettono il passaggio da uno stato all’altro; la transizione; il rinnovamento; la resurrezione), fino a raggiungere la perfezione ultraterrena e l’eternità (rappresentate dalla circonferenza), con il Cristo Soter al centro, come nell’affresco di S. Francesco.

In te ipsum redi!

L’eternità, come notava S.Agostino, riprendendo Seneca e Marco Aurelio, la si trova dentro di noi!

…teorie, e studi sulle origini della nostra terra, ..siate curiosi.. ( di Ilenia Lungo)

LE MURA MEGALITICHE DEL LAZIO:

LA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA DI UNA TERRA SCOMPARSA,

DI UN’ANTICA CIVILTÀ E DEL “PRIMATO ITALICO”. . .

 SECONDO GLI STUDI DI ANGELO MAZZOLDI10349071_818126984871623_1982101160205943768_n

 

L’Italia, il paese della cultura, della storia e dell’archeologia è, in molti casi, ricca di testimonianze provenienti da un passato mitico e leggendario che costituiscono un’evidenza storica eccezionale. Ne è un esempio, il territorio del Lazio e delle regioni limitrofe, caratterizzato da imponenti vestigia di circuiti megalitici in opera poligonale, taluni più integri talaltri più esigui, innalzati sulle sommità di colline o rilievi montuosi. Scriveva così, a tal proposito, la studiosa americana Louisa Caroline Tuthill nella sua “History of Architecture del 1848: “In un’età precedente a quella dei Romani, la fiera terra d’Italia era abitata da popoli che hanno lasciato monumenti indistruttibili a testimonianza della loro storia. Quelle meravigliose e precoci città d’Italia, che sono state definite ciclopiche, sono fittamente sparse in molte regioni e spesso appollaiate come nidi d’aquila sulle creste delle montagne, ad una tale altitudine che stupisce e disorienta il viaggiatore che oggi le visita esortandolo a chiedersi cosa abbia spinto gli uomini ad edificare in luoghi tanto inaccessibili e a radicarsi all’interno di tali stupende fortificazioni”.

Continua la lettura di …teorie, e studi sulle origini della nostra terra, ..siate curiosi.. ( di Ilenia Lungo)

la Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano (P.r.)

026Bella ed imponente, posta in un passaggio obbligato nell’unica strada che funge da collegamento tra la zona di sublacum e trevi nel lazio (sublacense), la Villa dell’imperatore iberico Traiano, una struttura che appare ancora oggi dopo millenni, ricca di ogni confort, degna di ospiti illustri.030 Appena accanto alla strada un reticolo di strutture maestose riscoperte nel fine del XVII° sec.dc., sono a testimoniare al viandante come i ricchi romani dell’eta imperiale fossero capaci di allestire dimore reali per garantire il giusto ristoro alla corte dell’imperatore nei periodi in cui egli si dedicava alla caccia. Piscine, terme , giardini, giochi di colori, e acque, un piccolo paradiso (approssimativamente 4 km verso Fiuggi) posto sui 1000 metri di altitudine, intagliato in una stupenda cornice di boschi di castagni e querce, e di monti floridi, pieni di selvaggina.

Ne rimangono in vista, per il visitatore, solo alcune parti restaurate e ripristinate nel loro antico splendore, colonne di marmo di 18 tipi e colori diversi, una fontana con mosaici a pasta vitrea e delfini mossi dallo scorrere dell’acqua, incanalata e distribuita secondo l’antica conoscenza dei popoli latini, con rappresentazioni e affreschi degni dell’antica Pompei.

031Colpisce l’occhio il piccolo museo realizzato in alcune antiche stalle probabilmente poggiate sui basamenti della villa romana, una parte di un affresco rimasto come unico al mondo, secondo la nostra guida d’eccezione (l’Avv. Alessandro Canali), in grado di mostrarci la Vittoria alata imperiale romana nella sua splendida effige gloriosa e più volte copiata nel corso dei secoli, una progenitrice della minerva italica, una bisnonna della figura più utilizzata, finanche dal de la croix durante la rivoluzione francese, per rappresentare la dea del potere di un impero.034

Le colonne ed i capitelli rinvenuti sono di una bellezza che mozza il fiato, intarsiati dai mastri dell’epoca ci fanno pensare che di tale maestria sia rimasta solo la storia ai tempi di oggi.

Nella chiesa del vicino paese di Arcinazzo si rinvengo altre colonne proprio trasportate via dal sito archeologico, così come per altri portali ed epigrafi, oggi facenti parte di architravi e portali cittadini.

Una testimonianza della forza della manodopera romana ai tempi del I° sec. dopo cristo che oggi vale la pena visitare proprio accanto a ristorantini tipici e una splendida natura incontaminata.

https://www.facebook.com/MuseoCivicoDellaVillaDiTraianoAdArcinazzoRomano   038

la mappa preistorica di Frosinone dei predatori della ciociaria perduta

italo bidittu italo bidittu 2Salve predatori, mettiamola così, oggi mi è venuto in mente che sarebbe stato utile per la tana dei predatori, diramare la mappa dei giacimenti preistorici e quaternario della provincia di Frosinone, l’estratto del bollettino del 1976-77 a cura del prof Bidittu, uno dei primi predatori della ciociaria perduta, di lui si raccontano storie appassionanti, fu lui infatti a ritrovare l’ Homo cepranensis, Argil per gli amici.

In queste due elaborate mappe con relative spiegazioni, si trovano le informazioni basilari che dobbiamo possedere per avere un  riferimento di base nella ricerca territoriale che compiamo. In questa mappa si precisano una miriade di piccoli territori con ritrovamenti archeologici di diverse ere preistoriche, ad Es. per Frosinone, punti come Selva dei muli, Fontanelle, etc..

La storia ha la necessita di essere letta a ritroso per dare alcune risposte, la preistoria getta delle basi importantissime, fino all’eta del ferro, della quale cominciamo ad avere i primi resoconti scritti tramandati secoli prima di Cristo. Il caso dei Volsci indicati anche all’interno di questo resoconto del ’77,.. insomma , da quando Erodoto, e via via, gli altri cominciarono a narrare.

Ecco la documentazione che dobbiamo possedere per capire in quale provincia siamo, la nostra civiltà deve essere riscoperta e valorizzata, la vita dell’uomo accompagna questo territorio da sempre, questa è una forza che ci appartiene, che oggi deve fare la differenza, altri territori nel mondo non godono della stessa antica presenza umana, ed alcune peculiarità devono ancora essere spiegate.

Questo deve essere il nostro orizzonte, la mappa dei nostri territori serve a crescere, diventa predatore della tua città, partecipa al registro dei beni di interesse culturale e turistico conosci la tua identità, e falla conoscere agli altri, invia una tua segnalazione alla mail: civediamoinprovincia@gmail.com

FACCIAMOLO PER IL PATRIMONIO, FACCIAMOLO PER IL NOSTRO TERRITORIO!